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Lakshmi, la benevola Madre Divina

“Om. Io canto le lodi di Lakshmi Devi,
la cui essenza è la suprema prosperità,
e il cui corpo è formato di luce dorata.
Il suo intero Essere brilla come lo splendore di oro puro.
Ella porta il loto dorato
E il vaso d’oro ricolmo di semi.
Seduta sul lato sinistro di Vishnu,
Lei è Shakti, la Madre di tutta la creazione.”

(Inno dedicato alla Divinità Lakshmi)

“E il ministro replicò: “Sì, ma a cosa sono dovute le crisi?”. “Al fatto che da un momento all’altro Lakshmi può abbandonare chiunque”, affermò il re cigno.”

(Perdi le piume ma non la virtù. Hitopadeśa, ed. Laksmi 2013)

 

Lakshmi è, nella tradizione induista, una Divinità femminile tra le più benevole, associata alla luce, alla prosperità (sia materiale sia spirituale) e alla purezza. Pur essendo la consorte del Dio Vishnu, gode di un culto autonomo, per altro piuttosto diffuso ed esteso pressoché ad ogni tradizione induista. Spesso le si attribuisce il nome di Shri, appellativo sovente preposto alle Divinità in funzione onorifica, a sottolineare le sue caratteristiche di bellezza, perfezione e gloria rifulgente. La Devi Lakshmi è inoltre associata ai re, poiché, nelle antiche Scritture indù, il sovrano era ritenuto essere un rappresentante del Divino, quasi una Sua incarnazione, e per questo era tenuto a vigilare che le proprie ricchezze e i propri privilegi fossero utilizzati al servizio di Dio. Un altro epiteto associato a Lakshmi è Chanchala, ossia “instabile”, a evidenziare la tendenza della Divinità a non rimanere stabilmente al fianco di nessuno.

 

L’iconografia di Lakshmi

La Devi Lakshmi è rappresentata con la figura di una giovane ragazza dall’aspetto molto gradevole in piedi su un fiore di loto dai petali dispiegati. Da una delle sue quattro mani -quella destra inferiore posta nel gesto di donare (varada mudra)- scende una cascata di monete d’oro, a significare l’aspetto di ricchezza e prosperità associato a tale Divinità, mentre la mano inferiore sinistra è nel gesto di protezione noto come abhaya mudra. Le restanti mani tengono due fiori di loto, la cui simbologia è particolarmente cara alla tradizione indù. Le quattro mani nel complesso rappresentano i quattro scopi della vita (purushartha): giustizia (dharma), sostentamento (artha), piacere mondano (kama) e liberazione spirituale (moksha).

 

Il mito della nascita di Laksmi

La storia della nascita di Laksmi è legata in primo luogo a un episodio che vede protagonisti il saggio Durvasa e il Dio Indra.

Un giorno, mentre il saggio Durvasa si stava recando presso la città dove risiedono le Divinità, Amaravati, il Dio Indra, Signore dei Deva, gli sfrecciò accanto sul suo veicolo, l’elefante Aivarata. Quando lo vide, Durvasa gli offrì la ghirlanda che portava al collo, in segno di rispetto e come forma di benedizione. Quello tuttavia, accorgendosi a malapena del saggio, vestito solo con un abito logoro e polveroso per i suoi lunghi viaggi, il potente Indra afferrò la ghirlanda e la lanciò sulla proboscide del suo elefante, che la fece cadere e la calpestò. Alla vista di un simile affronto, gli occhi di Durvasa divennero rossi come braci ardenti ed egli immediatamente maledisse Indra con parole di fuoco: “Poiché sei stato sopraffatto dall’orgoglio e dall’arroganza, fortuna e ricchezza ti abbandoneranno!”. Il Dio Indra dunque si voltò e riconobbe il saggio Durvasa, noto per la sua potenza e per il carattere facilmente irritabile, e subito si rese conto di aver commesso un grave errore.  Si prostrò perciò ai piedi del saggio il quale, rasserenato da ciò, rese meno aspro il suo anatema aggiungendo: “Recupererai quanto hai perso allorché il volere del Dio Vishnu ti sarà favorevole”.

In seguito, le forze del Dio Indra iniziarono a dissiparsi velocemente e i demoni, appresa la notizia della maledizione di Durvasa, subito sbaragliarono l’esercito del Dio Indra e si impadronirono dei cieli. A seguito di ciò la consorte del Dio Indra, Svarga Lakshmi (“ricchezza  celeste”), sparì.

Fu così che il Dio Indra, assieme a un’ambasceria di Deva, si recò dal Dio Visnu per chiedere il suo aiuto. Il Dio Visnu a loro così si rivolse: “Per prima cosa, stipulate una tregua con i demoni e poi, con il loro aiuto, rimescolate l’oceano di latte. In tal modo, dopo che sarà emerso il nettare dell’immortalità, amrita, anche la Devi Lakshmi apparirà”. Seguendo le indicazioni del Dio Vishnu, i Deva avvolsero il serpente Vasuki attorno al Monte Mandara e convinsero anche i demoni a collaborare, con la promessa che avrebbero con loro condiviso equamente ciò che sarebbe emerso. Ad aiutarli nell’eroica impresa giunse il Dio Vishnu stesso il quale, incarnatosi nella forma dell’immensa tartaruga Kurma, fece da base d’appoggio alla montagna d’oro.

Inaspettatamente, la prima cosa che apparve fu un veleno letale, halahala. Visti gli effetti devastanti del siero, il Dio Shiva scelse di ingoiarlo per salvare l’universo dalla distruzione, e ne rimase illeso: l’unico effetto che ne derivò fu che la sua gola divenne blu.

Dal frullamento dell’oceano emersero poi gioielli e pietre preziose, ma i Deva non se ne curarono per nulla, memori del monito del Dio Vishnu il quale li aveva avvertiti di non mirare ad altro all’infuori del nettare. Gli avidi demoni, invece, non esitarono a impossessarsi degli splendidi oggetti che via via affioravano dalle acque.

Ad un certo punto, dai flutti e dalle spume scintillanti per l’energico rimescolamento nacque finalmente Lakshmi, che con le sue affascinanti sembianze abbagliò Deva e demoni a un tempo. Ognuno la voleva per sé, ma Lakshmi, nella scelta del suo consorte, così rifletté: “Vi sono alcuni che, sottopostisi a dure austerità, hanno acquisito un immenso potere spirituale, eppure non riescono a dominare l’ira; altri possiedono una profonda conoscenza, ma non il dominio dei sensi. Tutti, a questo mondo, dipendono da qualcos’altro. Solamente il Dio Vishnu è in grado di proteggere tutte le creature: solo in Lui chiunque può trovare rifugio. Perciò, è con Lui che voglio unirmi in matrimonio”.

Lakshmi dunque si avvicinò timidamente al Dio Visnu e sistemò sulle sue spalle una ghirlanda di fiori di loto. Le Divinità tutte si compiacquero di ciò e benedissero la coppia. Allora Lakshmi posò su ognuno di loro il suo sguardo pieno di compassione, e tutti i Deva sentirono di aver nuovamente acquisito forza e vigore.

 

Dipavali: la festività dedicata a Lakshmi

La festa di Dipavali, festa delle luci, rappresenta la divina unione di Lakshmi con il Dio Visnu. In questo periodo ogni luce, ogni lumino, ogni lampada sono accesi in onore della venuta di Lakshmi sulla terra, come per rischiararle il cammino e rendere ogni casa, ogni villaggio, ogni capanna sparsa nella foresta accoglienti e pronti per la visita della Madre Divina dispensatrice di abbondanza e prosperità.

Alla Divinità femminile Lakshmi sono cari gli ambienti puliti, ordinati e belli. Per questo motivo, in occasione della festività di Dipavali, i devoti provvedono a lavare e riordinare la propria casa per prepararsi ad accogliere la presenza benevola della Divinità, e lasciano la porta aperta per favorirne l’ingresso. Al contrario, la sorella di Lakshmi, la terrifica Jyeshta, si compiace degli spazi sporchi e squallidi: dal momento che le due sorelle non risiedono mai nello stesso luogo contemporaneamente, ecco spiegato il motivo di un tale rituale di pulizia, che serve a propiziarsi la presenza di Lakshmi anziché quella di Jyeshta.

Nel sud India, in questi giorni, di mattina molto presto, alle quattro, gli indù si lavano, si cospargono il corpo di olio e indossano, così puliti e profumati, vestiti nuovi. I più fortunati fanno il bagno nel fiume Gange in segno di purificazione. E’ diffusa anche l’usanza di scambiarsi abiti, sari e doti, dai colori vivaci; anche i datori di lavoro, per l’occasione, regalano vestiti ai propri dipendenti. In questi giorni, soprattutto nel nord, i commercianti approfittano per iniziare nuovi libri contabili e pregano Lakshmi per il successo e la prosperità della loro attività.

La vibrazione molto intensa che, durante il Dipavali, aleggia negli animi delle persone si sente nell’aria ed è così potente da cambiare, anche solo per qualche giorno, il cuore delle persone e avvicinarlo all’amore divino.