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Vishishta Advaita - Vedanta Darshana

Questa dottrina vedantica, identificata spesso con uno dei suoi principali esponenti, Ramanuja (1017-1137; 1027- ?), ha in realtà radici molto più antiche.

I principi in essa esposti venivano già cantati dai 12 alvar tra i quali Namalvar Kuklashekhara, Andal, e insegnati anche da acarya come Nathamuni (824-924 d.C.) e Yamuna (918-1038).

Ramanuja rielaborò l'insieme degli antichi insegnamenti contenuti nel Prasthanatraya, assegnando loro una forma definita e, naturalmente, diventando il massimo esponente di questa scuola.

Le sue opere sono state giudicate così profonde e di tale livello da giustificare la tendenza diffusa a denominare il Vishishtadvaita "Ramanuja darshan".

Dopo la morte di Ramanuja, seguì un periodo di divisione settaria tra i suoi seguaci che culminò nella definitiva separazione di essi in due movimenti chiamati vadagallai e tengallai ossia, rispettivamente, culti del nord e del sud.

Ognuno di questi movimenti sviluppò i propri testi canonici, il lignaggio di maestri e tradizioni in molte materie di importanza primaria

Il Vishishtadvaita riconosce tre entità: Ishvara, jiva e prakriti chiamate "tattvatraya", tra le quali Ishvara è la realtà assoluta ed indipendente, mentre jiva e prakriti sono dipendenti da lui.

Per questa ragione, la dottrina è chiamata Vishishtadvaita, o non-dualismo qualificato, una filosofia che accetta, come dice il nome stesso, una sola realtà (advaita) ma con più attributi o meglio con una qualificazione (vishesha). In altre parole, essa ammette la pluralità, in quanto Dio sussiste in una pluralità di forme, quali le anime e la materia.

Le anime (jiva) sono innumerevoli e controllate da Ishvara, oltre che parte di esso. Il concetto secondo cui, oltre alla realtà assoluta, sono riconosciuti degli "attributi" è la tesi essenzialmente contrapposta alla scuola Advaita.

L'Assoluto di Shankara non soddisfaceva gli animi di coloro che attraverso l'amore e la devozione vedevano il fine ultimo dell'uomo (bhakta), non considerava quel rapporto prettamente umano con Dio di un uomo, debole e nell'errore, che invoca l'aiuto dell'Essere Supremo e al quale, dall'ignoto, si protende la mano soccorritrice della grazia.

Nel Vishishtadvaita, l'attenzione si concentra sulla relazione del mondo con Dio affermando che Dio è la realtà assoluta, ma anche le anime sono reali, pur totalmente dipendenti da Dio o dalla realtà.

Il Vishishtadvaita crea un ponte, una armoniosa fusione tra "filosofia" e "religione", tra la razionalità della ragione e l'irrazionalità della fede e della devozione. Il mondo è considerato un'apparenza e Dio un esangue Assoluto, oscuro per eccesso di luce.

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