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Dhanurveda

La parola deriva da dhanur che significa arco, quindi "la scienza dell'uso delle armi".

Origine

Il signore Shiva rivelò la conoscenza del Dhanurveda a Parashurama in una composizione di 6000 versi. Parashurama a sua volta la trasmise secondo una discendenza di tradizione (paramparaya) da Vasishtha a Vishvamitra, Drona, Bhoja, ed il corpus letterario divenne assai variegato.

Nel Dhanurveda viene descritto un incredibile numero di armi e, da alcune ricerche, sembrano emergere descrizioni di armi così sofisticate da sembrare missili o armi volanti.

L'uso di questi mezzi era rigorosamente ristretto alla difesa dei deboli, degli asceti che svolgevano pratiche meditative, uomini santi, mendicanti, donne e bambini.

Nella società vedica la guerra era considerata l'ultima risorsa per preservare il dharma.

A seguito del grande mito vedico di Indra e Vrittra, nell'epoca successiva, quella puranica, si svilupparono innumerevoli miti in cui si raccontano le lotte interminabili tra Dei e demoni, asura.

Il testo Dhanurveda si pensa fosse sussidiario allo Yajur Veda e rivolto specificatamente ad una classe sociale, quella dei guerrieri, kshatriya, gli unici aventi diritto a praticare questa disciplina e il cui primo dovere era la protezione del dharma.

È doveroso notare che in ogni società antica gli individui erano suddivisi in differenti gruppi, che ne identificavano i ruoli e ne facilitavano le funzioni.

Nella società vedica il temperamento delle persone veniva classificato secondo il guna (qualità) in esso dominante:

sattva il pensiero contemplativo;

rajas il dinamismo mentale;

tamas l'inerzia mentale (prevalendo l'attività fisica e istintiva).

È importante osservare che nei tempi vedici l'appartenenza ad un gruppo piuttosto che ad un altro non era stabilita dalla nascita, bensì dal temperamento, dalle caratteristiche della mente, o meglio, come dice la parola stessa, dal varna, "colore" della mente.

Molti passi delle scritture lo confermano; il complicato sistema delle caste imposto dalla nascita si sviluppò in epoche successive, a seguito di invasioni e forti cambiamenti sociali.

Si pone l'interrogativo, peraltro molto attuale, di come si possa conciliare ahimsa, il "non danneggiare alcun essere vivente", il concetto in assoluto più importante nella cultura indù - "ahimsa paramo dharmah" ovvero l'ahimsa è il più alto principio del dharma - con la guerra. Ebbene, questo tema così complesso si colloca nella concezione della manifestazione stessa, la quale ci fa sperimentare il mondo fenomenico nel suo dualismo, nel perenne alternarsi degli opposti che di per sé non hanno valenza negativa; infatti, nella società vedica nessun valore era posto come assoluto, dal momento che tutto nella manifestazione è comunque relativo.

E così, ancor oggi, nella società i valori che non mutano sono quelli del dharma, i valori più puri per l'uomo, ma per difendere il dharma, bisogna rispondere al sopruso e alla violenza con azioni efficaci. Ed ecco che i trattati del Dhanurveda, sostenuti da un forte senso morale ed etico, affrontano con scientificità e rigore il problema della difesa e della guerra.

I testi vengono classificati in quattro sezioni: iniziazione dello studente, ruolo dello studente, abilità e maestria nell'arte delle armi e loro uso.

Le armi si suddividono in shastra e astra; le prime hanno efficacia per il loro specifico potere e l'abilità nell'usarle, mentre l'efficacia delle seconde dipende dal potere specifico evocato dal mantra. Il testo descrive minuziosamente differenti tipi di armi e la formazione dell'esercito senza trascurare il minimo dettaglio: non solo la disposizione dei soldati, dei carri, dei cavalli, degli elefanti, ma anche la cura degli animali utilizzati, come forma di rispetto verso gli esseri viventi (solo nella letteratura indiana si possono trovare interi trattati sulla cura del cavallo o dell'elefante).

I guerrieri, addestrati a una dura disciplina e al rispetto dell'etica, in caso di guerra rispettavano un'ampia serie di regole: i civili non dovevano essere attaccati; la battaglia era ristretta al campo di battaglia; i nemici che si arrendevano non dovevano essere uccisi; un guerriero non poteva essere attaccato durante i preparativi o ucciso se disarmato, il campo nemico di notte doveva essere rispettato e i combattimenti ripresi solo con la luce del giorno.

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