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Dvaita Vedanta Darshana

Come il Vishishtadvaita nasce dal fervore della bhakti che, in un certo senso, si contrappone all'intellettualismo shankariano, il dualismo nasce proprio dalla formulazione di una nuova visione di un Dio più personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche, ma sentivano l'esigenza di un dialogo con il mondo divino.

Ecco che il dualismo si contrappone alla filosofia advaita.

Vigoroso propugnatore e divulgatore di questa visione filosofica fu Madhva (1238-1317; secondo Radhakrishnam 1199-1278).

Prodigo scrittore, produsse 37 opere conosciute come Sarvamulagrantha, e oltre all'esegesi alle 10 Upanishad e alla Bhagavadgita, ha lasciato tre commenti ai Brahma sutra: Brahma sutrabhashya, Anubhashya e Anuvyakhyana. Altri importanti filosofi della scuola dualista vissero tra il XIII e il XVII sec. (Jayatirtha, Vyasa Tirtha e Ragavendra).

I temi filosofici trattati rispecchiano quelli classici delle scuole filosofiche e si riferiscono a quattro categorie:

mezzi della conoscenza (pramana),
ciò che deve essere accertato ossia l'oggetto della conoscenza (prameya),
la pratica spirituale (sadhana)
la liberazione finale (moksha).

La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il Brahman è differente dai jiva e dalla prakriti.

I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro.

La metafisica dvaita formula due categorie; alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio o Brahman, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto: Lakshmi, la consorte di Dio, le anime, la natura.

Dio non crea, la natura e le anime sono coeve ad esso, ma Brahman rimane l'unica realtà indipendente, tutte le altre sono dipendenti da lui.

Egli è sì un Dio personale, ma non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica. Egli è onnipervadente, infinito e porta buoni auspici. Egli è Vishnu, Hari, Narayana, Krishna, Vasudeva e molti altri nomi che impersonano il creatore, il distruttore, il preservatore.

Le anime sono innumerevoli; ognuna di esse è unica e velata dall'ignoranza, avidya, che la vincola al ciclo delle rinascite.

Differentemente dagli altri sistemi del vedanta, il sistema dualista divide le anime in tre categorie:
a) coloro che sono degni della salvezza, mukti yogyas;
b) coloro che trasmigrano eternamente, nityasamsarin;
c) gli ottenebrati, tamoyogyas.

Gli esseri della prima categoria sono sensibili ai valori spirituali; attraverso la disciplina spirituale e la grazia di Dio, essi possono ottenere la liberazione.

Il secondo gruppo è formato da individui che sono sempre coinvolti dal mondo sensoriale e non sentono nessuna necessità di una vita etica, né di un progresso spirituale.

Gli appartenenti alla terza categoria sono, per natura, radicalmente malvagi e degenerano progressivamente sino ad una perdizione eterna.

Il jiva, condizionato da avidya, rimane vincolato al ciclo delle rinascite, samsara, ed è totalmente dipendente da Dio attraverso la cui grazia solamente potrà ottenere la liberazione finale. (tratto da Induismo 4)

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